
La relazione con gli altri è uno dei luoghi più potenti dell’esperienza umana, può essere fonte di nutrimento e crescita, ma anche di sofferenza profonda. In questo senso, ciò che spesso viene vissuto come “inferno” o come “paradiso” nasce dallo stesso spazio relazionale. Ognuno di noi è, in larga parte, il risultato delle relazioni che ha attraversato nel corso della vita; eppure, raramente viene dedicata una cura consapevole al modo in cui stiamo in relazione con noi stessi e con gli altri.
Sempre più persone sperimentano relazioni percepite come vuote, incerte e ripetitive, caratterizzate da difficoltà di ascolto, da una comunicazione povera e da una diffusa paura del confronto. In un contesto culturale che favorisce l’isolamento e un’autosufficienza solo apparente, il funzionamento relazionale rischia di assomigliare a quello di “musicisti solisti”, sempre meno capaci di suonare insieme nell’orchestra che chiamiamo società. L’altro viene così vissuto non come una risorsa, ma come una minaccia, e il senso di solitudine diventa un’esperienza condivisa.
In questo scenario risulta efficace accompagnare le persone nell’esplorazione dei conflitti interiori e relazionali, considerandoli come segnali di bisogni non riconosciuti, emozioni trattenute o modalità di contatto divenute rigide e disfunzionali. I conflitti possono manifestarsi a livello interno (sotto forma di ambivalenze, insoddisfazione o blocchi ) oppure emergere nelle relazioni affettive, familiari e professionali, attraverso tensioni ricorrenti, incomprensioni o difficoltà nella gestione dei confini.
La relazione terapeutica diventa così uno spazio protetto di esperienza e consapevolezza, in cui osservare come si costruisce il contatto, come si evita il confronto o come si entra in conflitto. Questo lavoro favorisce lo sviluppo di una maggiore responsabilità relazionale, la capacità di riconoscere ed esprimere i propri bisogni e l’apprendimento di modalità comunicative più autentiche e funzionali.
Per il lavoro sui conflitti, viene integrato un intervento psicoeducativo ispirato al Metodo Sabona, che prevede l’utilizzo del “tappeto del riordino” come schema simbolico e operativo. Tale strumento consente di esplorare il conflitto lungo diverse dimensioni temporali e qualitative (passato-presente-futuro, disagio-risorse-possibilità di riparazione), favorendo la distinzione tra fini e mezzi e sostenendo un processo di chiarificazione, responsabilizzazione ed elaborazione trasformativa del conflitto. Il “tappeto del riordino” aiuta a rallentare le dinamiche reattive, rendendo visibili i diversi punti di vista, le emozioni e i bisogni coinvolti nella relazione. Attraverso una strutturazione chiara del conflitto, sostiene la regolazione emotiva, riduce le escalation conflittuali e promuove una maggiore capacità di ascolto e cooperazione, in particolare nei contesti sociali, lavorativi, scolastici e comunitari.
Il lavoro sui conflitti e sulle relazioni diventa così un percorso di riappropriazione della dimensione relazionale come spazio di sostegno, crescita e appartenenza: un processo che non mira solo alla riduzione del disagio, ma alla costruzione di legami più consapevoli, vitali e capaci di nutrire l’esperienza umana.
